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Considero Christian Zingales una delle penne migliori in campo musicale emerse negli ultimi 10 anni. Di lui ammiro due cose in particolare: lo sguardo libero e lo stile della sua prosa.
Per sguardo libero intendo la sua capacità di guardare al mondo delle cose musicali senza nessuna forma di pregiudizio o di snobismo. Lo troviamo ad occuparsi, senza difficoltà nel passare dall'uno all'altro, sia di dischi editi da major sia di dischi di (cosiddette) indipendenti, di cantanti strafamosi come di artisti sconosciuti (quasi) a tutti, di cose recentissime e di cose vecchie. Nessuno dei filtri che spesso agiscono all'interno delle riviste musicali sembra agire su di lui. Fermi restando i suoi amori e i suoi generi preferiti lo troverete a parlare di qualunque opera o artista con assoluta indifferenza verso aspetti dell'oggetto della sua analisi che non siano strettamente inerenti all'oggetto stesso. Che sia un'autoproduzione in 500 copie o un disco di platino in tutto il mondo la cosa non lo turba più di tanto e (soprattutto) non smuove il suo giudizio di un millimetro.
Troppo spesso nelle riviste musicali di tendenza si avvertono chiari e forti i pregiudizi dei giornalisti verso chi vende molto, verso chi esce dal circuito più o meno underground per passare nel mondo dorato delle grandi produzioni, verso chi non è schierato sulle loro stesse barricate. Similmente nei giornali più popolari ci sono pregiudizi simmetrici e contrari a quelli sopraelencati e per principio non vi trovano spazio artisti che non appaiano in televisione o non abbiano dietro le spalle enormi battage pubblicitari.
In questo libro invece Zingales da spazio a tutti quelli che (a suo giudizio, ovviamente) lo meritano e nel raccontarci questi musicisti evidenzia la sua capacità (assai rara) di saper leggere e interpretare non solo artisti monolitici e già evidenti di proprio (Gianna Nannini, Vasco Rossi...), ma anche carriere discografiche apparentemente contraddittorie (Alan Sorrenti, Matia Bazar, Antonello Venditti...) riconducendole ad un percorso umano e artistico sostanzialmente lineare.
Il suo stile di scrittura è efficace ed interessante, capace sia di non essere un banale amplificatore delle schede preparate dalle case discografiche (troppo spesso prese per oro colato da pseudo-giornalisti che vanno di fretta), sia di non perdersi in elucubrazioni eccessivamente astratte alla fine incapaci di aiutarci a comprendere ciò di cui si sta parlando.
Frequente inventore di piccole sintesi illuminanti ("milanese dagli occhi candidi e gli occhiali fermi" riferito a Jannacci, "uno che non sta dicendo quello che ti sta dicendo, e neanche lui lo sa" introducendo Zucchero, "quella sottile linea di confine tra serpente e agnello" parlando di Claudio Rocchi) Zingales riesce a rimanere sull'argomento dell'articolo/recensione cogliendo (e riuscendo a comunicarci) gli elementi essenziali dell'oggetto del suo discorso con consumata abilità.
Credetemi: parlare di musica non è facile e ogni qual volta trovo qualcuno che realizza il difficile equilibrio tra ovvietà e tentazioni pseudo-poetiche o pseudo-filosofiche per me si tratta di un (neanche tanto) piccolo miracolo.
"Italiani brava gente" cerca di affrontare una cinquantina di artisti della canzone italiana, spaziando liberamente nella storia del dopoguerra con l'attenzione rivolta quasi esclusivamente a quegli artisti che negli anni '70 e '80 hanno avuto il cuore della loro produzione. La scelta è ovviamente estremamente soggettiva, e chiunque proverà a leggere l'elenco troverà clamorose mancanze e altrettanto clamorose (in negativo) presenze, ed è evidente come sia impossibile fare un elenco definitivo degli artisti più importanti di queste 2 decadi. Ma io vi invito lo stesso a leggere questo libro dove troviamo artisti sulla cui grandezza la critica è, tutto sommato, concorde (Franco Battiato, Fabrizio De Andrè, Paolo Conte...), altri più controversi (Pino Daniele, Litfiba, Gino Paoli...), altri ancora che, concordamente con Zingales, trovo decisamente sottovalutati o non valorizzati quanto meriterebbero (Enzo Jannacci, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, i CCCP...), altri che sono ormai fenomeni di culto sotterraneo (Canzoniere del Lazio/Carnascialia, Flavio Giurato, Juri Camisasca, Enzo Carella, Fausto Rossi...) o fenomeni stra-cult al limite dell'inspiegabile (Squallor, Diana Est...). Troverete poi sfiziose schede su artisti che io personalmente ho sempre ritenuto mediocri e che invece lui adora ben argomentando (è questa la grande forza di Zingales) cosa ci sia di interessante e valido nelle loro opere (penso a Nino Buonocore, Riccardo Cocciante, Zucchero, Umberto Tozzi....), non mancano, infine, alcuni capitoli dedicati ai campioni del pop italico, nomi così grossi che proprio non se ne può non parlare (Adriano Celentano, Mina, Vasco Rossi, Lucio Battisti).
Ogni scheda è normalmente strutturata con una introduzione impressionista (a volte molto riuscita, altre volte tracimante tanto da impossessarsi dell'intera scheda come accade per Paolo Conte e Luigi Tenco) seguita da una sintetica biografia dell'artista con relativa ricostruzione della sua carriera discografica a volte puntualmente per ogni disco (Ivan Cattaneo, Mauro Pagani...), a volte fermandosi a riflettere solo sui dischi più interessanti (ad esempio con Jannacci del quale si focalizza solo il periodo in cui incideva per l'etichetta L'ultima spiaggia), a volte quasi limitandosi ad una sola canzone (la struggente parabola di Mia Martini narrata attraverso "Almeno tu nell'universo"). Nell'analizzare le varie carriere Zingales cerca di mettere a fuoco le qualità e i meriti degli artisti trattati a volte con grande originalità (vedi la scheda su De Gregori dove spiega benissimo, e verosimilmente, come sia un grande della canzone nonostante se stesso...), altre volte percorrendo sentieri più scontati (Alberto Camerini), il risultato è un libro che si legge con grande piacere, che pone interessanti questioni e che cerca di raccontare la grandezza della recente canzone italiana con amore, passione e competenza notevoli.
Mi si consenta un'ultima osservazione: troppo spesso si leggono libri dedicati a questo o a quel musicista dove gli autori dimostrano (ahimè) scarsissima conoscenza dell'oggetto di cui trattano (le opere, quindi i dischi, di quel certo musicista). Con Zingales è quasi commovente l'attenzione che mette nell'analisi di ogni disco ed è' sempre evidente il fatto che il nostro abbia ascoltato le cose di cui parla e sia perfettamente in grado di contestualizzarle sia in relazione al mondo politico-storico-musicale dell'epoca sia in relazione al percorso personale dell'artista (e proprio per questo gli perdono qualche svista di troppo sui primi passi di Battiato). E' poi ammirabile il suo soffermarsi sul ruolo che i collaboratori degli artisti di cui tratta hanno avuto man mano che la loro carriera progrediva: è molto più che una semplice annotazione, al contrario è spesso un ottimo punto di partenza per cogliere aspetti essenziali di quei determinati lavori.
Come è scritto nell'introduzione questo libro è "un viaggio sentimentale nei mari della canzone italiana" e vale davvero la pena farsi accompagnare per questi lidi così ricchi di bellezza e passioni.
"Dei ragazzi del rock'n'roll italiano, quelli che a un certo punto, tra i '50 e i '60 , si sono messi a cacciare versi, Jannacci, Celentano e Gaber hanno condiviso in maniera prototipica da Milano il problema della gestione delle maschere, quella artistica, e quella legata più profondamente al modo di rapportarsi alla vita. Celentano, forte della sua benzina levantina, l'ha giocata in alto, e l'ha saputa rimpallare con la classe del grande fantasista. Il suo ghigno è trasparente, perfettamente smontabile, ma assolutamente inattaccabile. Anche là dove sia trapelato un dietro le quinte della rappresentazione, non avrà messo in discussione neanche per un secondo la solidità del copione. Magari si sarà potuto discutere della maggiore o minore validità di quel copione, qualcuno avrà cercato di ridicolizzarlo, ma nessuno in fondo sarà riuscito a scardinarne la bontà strutturale. Gaber ha finito per scontare invece quest'incapacità tutta milanese di raccordare i due volti, in una vertiginosa, dolorosa gara con se stesso che lo ha visto soccombere, lasciando al suo vissuto l'aura della sperimentazione più brutale, finendo per assurgere, lui di programmatiche origini istriane, a icona scomoda di una milanesità irrisolta. Jannacci, che con il molleggiato condivide origini pugliesi ma che diversamente da lui ha finito per naturalizzarsi di una milanesità più tipica, è precisamente in mezzo, poetica quadratura del cerchio, bilanciamento romantico, e sinceramente idealista, dei due opposti sguardi. La sua soluzione al problema non è il pragmatismo a tinte acide di Celentano, non la deriva sacrificale di Gaber, ma due occhiali per prendere tempo e oliare il motore."
altre informazioni cliccando qui
p.s.
Non resisto però a non indicare quali siano, a mio parere, le esclusioni più gravi. Incomprensibile la mancanza di una scheda dedicata esclusivamente a Giorgio Gaber, autentico faro degli anni '70 quando scrisse alcuni dei suoi lavori più belli. Altrettanto misteriosa, per me, la mancanza del Banco del Mutuo Soccorso laddove, in ambito progressive, sono presenti gli Area (giustamente) e la PFM (che onestamente fatico a valutare come più importante e originale rispetto al Banco). Tra i cantautori fatico a comprendere la mancanza di Angelo Branduardi, a mio parere molto più intrigante e valido dei vari Ruggeri, Cocciante, Cattaneo... e forse anche Francesco Guccini meritava una chance. Se capisco la presenza dei Litfiba ritengo pure che negli anni '80 Elio e le storie tese siano stati (e siano ancora) una delle esperienze più complesse e interessanti del panorama italico.
Discutibile anche la triade messa sul podio del libro: se adoro Battiato e posso comprendere la grandezza di Battisti, trovo che Lucio Dalla non sia assolutamente al di sopra di tantissimi dei nomi citati nel libro. Ma, ca va sans dire, in questi ambiti ognuno ha i suoi amori, e probabilmente è giusto così.
Sono uno strano oggetto i bootleg e hanno una strana storia.
Negli anni '70 e '80 comparivano all'improvviso, senza mai farsi annunciare. Vinili dalle copertine semplicissime e dalle etichette improbabili, in equilibrio tra il legale e l'illegale (erano dischi chiaramente fuorilegge eppure circolavano nei normali negozi mischiati ai dischi ufficiali o, a volte, destinati ad occupare apposite vaschette posizionate nell'angolo più in penombra). Sul loro contenuto l'ignaro acquirente non aveva mai modo di sapere molto. Ammesso che le canzoni e i dati indicati sulla copertina fossero giusti (e sovente NON lo erano) nulla si poteva sapere sulla qualità della registrazione (registrato dignitosamente, e abusivamente, direttamente dal mixer o con un registratore monofonico da due soldi posto in mezzo alla gente ? ben registrato da qualche concerto radiofonico in Inghilterra o Svezia o caratterizzato dai continui cori del pubblico così forti da sovrastare la musica dell'artista già di per se ridotta a niente di più che un gracchiare confuso ?).
Intorno ai bootleg c'era tutta una mitologia (assai dubbia pure quella, a dire il vero) su quelli ritenuti migliori (quasi professionali !) o comunque indispensabili per la qualità del contenuto audio (canzoni mai incise, versioni particolarmente originali di brani più o meno famosi) ed era facile trovarne qualcuno nei negozi e stare li a riflettere se azzardare l'acquisto o meno (e azzardo è davvero la parola più giusta visto che poi, al momento dell'ascolto casalingo, il disco poteva rivelarsi una gioia totale come una delusione epocale).
Nella seconda parte degli anni '80 (se non faccio troppa confusione) ci fu un periodo nel quale un buco legislativo italiano rese legale (a condizione di versare su di un apposito conto corrente i compensi degli autori dei brani) pubblicare le registrazioni di concerti risalenti a parecchi anni prima (forse la soglia era di 25 anni, forse qualcosa in più) e ci fu un boom improvviso di questi prodotti subitaneamente assurti dall'oscurità dei locali specializzati alle luci al neon delle grandi catene iper-commerciali.
Ma la vera grande rivoluzione c'è stata in questi ultimi anni grazie alla rete. Con l'avvento di Internet sono letteralmente esplosi i siti (pseudo-blog) dedicati a questo tipo di produzioni, siti che permettono a chi è interessato di scaricarsi il concerto che gli interessa. Questi siti hanno naturalmente azzerato il mercato precedente (si è quindi sostituita una illegalità no-profit ad una illegalità che mirava al guadagno, tutto sommato potremmo dire che ci sia stato un certo miglioramento) e aumentato a dismisura il catalogo disponibile. Ovviamente la parte del leone la fanno i grandi colossi del rock anglosassone (dai Pink Floyd ai Queen) ma nella grande massa si trovano anche materiali di gruppi un po' meno famosi.

Questo concerto dei Kraftwerk è straordinariamente interessante: registrato durante il tour seguente la pubblicazione di "Autobahn" coglie il gruppo un attimo prima della decisa svolta comunicativa che verrà con "Radio-activity". Sorprendentemente la band di Dusseldorf in questo set live arrangia i brani secondo criteri e gusti ancora lontani sia dalla forma canzone, per la quale presto si infatuerà, sia dalla sperimentazione accanita e radicale dei primi 2 album ed il risultato è una musica placida e riflessiva, abbastanza vicina ai coevi lavori degli Harmonia o dei Cluster, caratterizzata da atmosfere dove l'elettronica disegna fondali pastello e la ritmica con leggerezza porta una energia zuccherosa.
Nella scaletta compaiono brani da tutti e 4 i dischi che il gruppo aveva realizzato a quella data ma si fanno molto apprezzare anche alcuni accenni a brani che verranno ("Showroom dummies"; "Radioactivity"...) e alcuni inserti che non diventeranno mai brani ufficiali ("Prolog im himmel" e "Die sonne, der monde, die sterne"). Anche i brani già noti sono spesso profondamente rivisti: sia quelli vecchi ("Klingklang", ormai irriconoscibile, "Tanzmusik" e "Tongebirge", presentati in forma di suite, scelta davvero sfiziosa) che quelli più recenti (una "Mitternacht" completamente stravolta, le due "Kometenmelodie" rese molto più complete e concluse che non su disco).
Come spesso succede questo tipo di registrazioni sono più interessanti dal punto di vista filologico che non da un punto di vista strettamente musicale (da questa visuale direi che i dischi ufficiali sarebbero sempre da preferire), ma l'ascolto di questo, e di altri bootleg, resta un'esperienza piacevole e divertente capace ancora di regalarci emozioni e buone vibrazioni. Se poi, come in questo caso, la registrazione è stata piratata dal bancone del fonico anche il suono risulterà globalmente accettabile (nonostante un fruscìo di fondo un tantino esagerato e qualche taglio di troppo nell'editing) quadrando definitivamente il cerchio.
Per chi fosse interessato tra i tanti siti dedicati esclusivamente ed esplicitamente alla diffusione di bootleg vi segnalo questi:
Quality Bootz
T.U.B.E
Viva les bootlegs
e vi auguro buona caccia 
Ognuno ha le sue fisse e io non faccio certo eccezione. Rieccomi pertanto per l'ennesima volta a parlarvi di un concerto di questa originalissima orchestra capitanata da Ambrogio Sparagna. Questa volta la serata è stata dedicata ai canti tradizionali relativi al lavoro ma, nella sostanza, la musica non è cambiata poi molto rispetto allo scorso Natale.
Questo è dovuto da un lato al fatto che la musica popolare tende ad affrontare temi diversi all'interno delle medesime coordinate sonore e dall'altro al fatto che questi brani vengono arrangiati e ripensati da Sparagna in funzione dell'orchestra e dei suoi gusti personali rendendo il tutto tendenzialmente omogeneo. E così come la sostanza non è cambiata di molto anche la mia reazione di divertimento, stupore e godimento è rimasta la stessa di 5 mesi fa 
Ad arricchire il concerto una serie di ospiti di altissimo spessore: da Mimmo Epifani e i suoi mandolini stratosferici (davvero impressionante la sua bravura), alla famiglia Boniface, che direttamente dalla Val d'Aosta ha portato il suo patrimonio di canti legati all'allevamento dei bovini, alle voci di Andrea Satta, Simone Cristicchi e di Francesco De Gregori che hanno aggiunto un po' della loro sensibilità pop a brani nati per interpretazioni (in un certo senso) meno raffinate, fino a un momento davvero magico quando quattro "poeti improvvisatori" del reatino e dell'aquilano hanno fatto una piccola jam, rigorosamente in rima, sul tema del lavoro.
Durante tutta la serata si è manifestata chiara la presenza di personaggi straordinari, forse troppo dimenticati in questo strano paese che è l'Italia, quali Matteo Salvatore, Ignazio Buttitta, Rocco Scotellaro e Ciccio Busacca.
Ciliegine sulla torta i Discanto che hanno aperto la serata portando le musiche e i sentimenti dell'Abruzzo colpito dal terremoto e il Coro del Laboratorio di canto popolare che segna un ulteriore passo in avanti nella definizione di questa orchestra sui generis.
L'OPI sta progressivamente sviluppando un suo repertorio di grande bellezza e grande vastità, ed, esattamente come le orchestre di musica classica, si sta abituando ad interpretare autori diversi e musiche diverse con nonchalance e grande flessibilità, ma tutto questo sarebbe niente se assistere ad uno dei suoi concerti non fosse un'esperienza semplicemente esaltante (e, per quello che mi riguarda, probabilmente la più esaltante degli ultimi 2 anni).
La cosa però che appare veramente incredibile è il fatto che nonostante la concorrenza del famigerato (e gratuito) concertone del Primo maggio a piazza San Giovanni, nonostante il lungo ponte che ha invitato molti romani ad andare qualche giorno via dalla città, nonostante la mancanza di qualsivoglia pubblicità dell'evento, Sparagna e la sua OPI sono riusciti comunque a riempire la Sala Santa Cecilia, la più grande delle sale dell'Auditorium Parco della Musica.
Guardando tutta la folla presente veniva quasi da pensare che per questo paese culturalmente così disastrato possa ancora esserci qualche possibilità di salvezza ed una flebile speranza.
Ma poi, a casa, accendo la TV, e questa bizzarra idea scompare tra le immagini e i dialoghi delle varie reti nazionali.
-) antefatto
Lo scorso 26 marzo ero presente in Campidoglio alla conferenza stampa di presentazione del nuovo lavoro di Angelo Branduardi, intitolato "Senza spina", e di alcuni suoi progetti futuri che lo riguardano promossi dal comune di Roma. Tra i vari presenti c'era anche un signore (del quale purtroppo non ho afferrato il nome) a rappresentare l'assessore alla cultura del comune di Roma (che non aveva potuto essere presente). Nel suo intervento questo signore ha sinteticamente riepilogato la carriera di Branduardi sottolineando il suo essere riuscito, negli anni '70, a raggiungere il successo e l'apprezzamento della critica NONOSTANTE nei suoi lavori non si toccassero temi politici. Ha poi insistito sul fatto che in quegli anni se non si era impegnati non si aveva visibilità e ha poi concluso mostrando apprezzamento per l'essere controcorrente di Branduardi in quegli anni così controversi e difficili e ironizzando su come, a partire dagli anni '80, i cantautori politic(izzat)i abbiano cambiato registro scoprendosi intimisti e, in qualche modo, dando ragione alle scelte branduardiane.
-) premessa
Questo intervento, di per se insignificante, si inserisce però in un contesto molto ampio nel quale l'attuale pensiero dominante (che per comodità potremmo definire "di destra") sta cercando di riscrivere interi pezzi di storia italiana. In particolare uno dei (tanti) leitmotiv è proprio quello secondo il quale negli anni '70 fosse obbligatorio, in ambito musicale, essere impegnati (ovvero toccare all'interno della propria opera temi sociali, meglio se da un punto di vista "di sinistra") e, secondo questa vulgata, chi non avesse aderito a questi standard sarebbe stato più o meno emarginato e/o boicottato (spesso, non so perché, come vittime di questo ostracismo vengono citati il compianto Bruno Lauzi e Franco Califano...). L'intervento di cui sopra si è mosso quindi esattamente nel solco di quella che ormai si può tranquillamente definire "retorica di destra". Venendo al dunque, e pur non volendo generalizzare più di tanto, cercherò di dimostrare come questa idea non sia corretta (in generale) e (in particolare) nel caso di Branduardi sia da considerarsi estremamente infedele ai fatti.
-) tipologie
E' tipico del pensiero di destra semplificare ed evitare i rischi e le fatiche della complessità. Anch'io, dato il mezzo di cui dispongo, cercherò di essere sintetico ed eviterò analisi particolarmente approfondite e complesse ma, inevitabilmente, dovrò essere meno semplicistico di questi signori che con tanta facilità parlano di cose che (spesso) non conoscono. E poiché la questione, secondo le parole dello sconosciuto relatore, riguarderebbe soprattutto i cantautori iniziamo provando a distinguere diverse tipologie cantautorali.
Negli anni '70, molto grossolanamente, possiamo distinguere tre diversi tipi di cantautori.
(a) i cantautori commerciali
Intendiamo per cantautori commerciali quegli artisti che facevano musiche e testi non particolarmente creativi e senza particolari velleità innovative. Appartengono a questa categoria figure quali Claudio Baglioni e Riccardo Cocciante ma anche artisti apparentemente originali come Renato Zero.
Analizzando la loro carriera è facile smontare l'assunto secondo il quale "chi non era impegnato non aveva visibilità". Questi signori hanno visto le loro carriere sbocciare proprio negli anni '70, hanno avuto tutti un grandissimo successo, di pubblico e di vendite, e assoluta visibilità negli ambiti a loro appropriati (televisione, radio), hanno fatto i loro concerti e tutto quello che hanno voluto.
Sicuramente non erano particolarmente amati dalla critica (forse, più esattamente, dalla parte ritenuta più autorevole della critica), ma questa non mi sembra proprio essere una cosa particolarmente grave (anche perché la critica ha tutto il diritto, anche sbagliando, di avere le sue preferenze). Di fatto questi, ed altri, cantautori hanno avuto un successo strepitoso pur cantando (soprattutto) canzoni d'amore e pur essendo musicalmente abbastanza banali ed è semplicemente ridicolo disegnare un mondo nel quale fosse peccato mortale NON parlare di politica.
(b) i cantautori impegnati
Intendiamo per cantautori impegnati coloro che nelle loro canzoni hanno (più o meno spesso) trattato di temi sociali, politici o storici. Appartengono a questa categoria figure come Francesco Guccini, Francesco De Gregori o Antonello Venditti.
Non si può negare che un certo tipo di testi abbia dato a costoro una visibilità (in certi ambienti) tale da favorirne la carriera. E non si può negare che una certa critica, allora molto autorevole, abbia sopravvalutato alcuni di loro (in particolare Venditti). Va però ricordato che, rispetto ai cantautori commerciali quelli impegnati avevano minore visibilità sui principali mass-media e, a conti fatti, non si può affermare che abbiano venduto significativamente più degli altri mentre è probabile che abbiano avuto più facilmente inviti a suonare in determinare situazioni (peraltro con cachet spesso risibili). C'era sicuramente sintonia tra il loro tipo di musica e UNA CERTA PARTE della popolazione italiana di quegli anni (che mal sopportava i cantautori "di tipo a"), ma mi sembra di poter dire che in tutto questo non ci sia stato nulla di male ne nulla di speciale. Anche oggi ci sono artisti coccolati dalla critica che si ritagliano il loro spazio lontano dalla grancassa dei mass-media e che vengono considerati (dai critici) a torto o a ragione migliori di coloro che dominano le classifiche (pensate agli Afterhours o a Sergio Cammariere). Dov'è tutta questa differenza con gli anni '70 ?
(c) i cantautori sperimentali
Intendiamo per cantautori sperimentali coloro che nel fare canzoni hanno privilegiato gli aspetti strettamente musicali e di ricerca su quelli testuali (non che questi ultimi fossero privi di qualità, anzi...). Appartengono a questa categoria figure tra loro estremamente diverse come Angelo Branduardi, Claudio Rocchi, Franco Battiato (mi riferisco al Battiato della Bla...Bla...), tutti musicisti che, non a caso, hanno anche inciso dischi strumentali, o in gran parte strumentali. Gli anni '70 sono stati (e questo elemento manca completamente nell'analisi della destra) anni in cui c'è stata una straordinaria spinta a ricercare ed esplorare ben oltre i confini che sembravano circoscrivere la musica (cosiddetta) pop. In quegli anni la parte più autorevole della critica e le frange più evolute del pubblico italiano (numericamente molto significative) hanno sistematicamente apprezzato figure (italiane o straniere) che provavano a mischiare la canzone così-come-la-si-conosceva con generi apparentemente distanti (folk, jazz, classica, contemporanea...). Questi ricercatori (più spesso sotto forma di gruppo, più raramente come solisti) venivano apprezzati non tanto per i testi (che pure non parlavano praticamente MAI di temi sociali) quanto per la qualità e originalità della loro musica.
-) controcorrente
Se è chiaro ciò che ho scritto sopra emergerà chiaramente come Branduardi non fosse assolutamente un musicista controcorrente ma, al contrario, pienamente e tipicamente inserito nel suo tempo. Chi trova che i suoi testi favolistici o poetici fossero anomali dimentica come in Europa (e particolarmente in Italia) fossero adorati gruppi come i Genesis o i Gentle Giant che nei loro brani certo non parlavano di operai o rivoluzione, ci si dimentica di quanto seguito avessero gli esponenti principali del folk-revival anglo-francese (da Alan Stivell ai Pentangle) che modernizzavano antiche ballate dai testi non certo marxisti, ci si dimentica della straordinaria e aliena stagione dei corrieri cosmici tedeschi (dai Kraftwerk ai Popol Vuh), ci si dimentica del successo e del diffuso apprezzamento di dischi di gruppi nostrani quali "Felona e Sorona" delle Orme o "Banco del mutuo soccorso" del gruppo omonimo, per non parlare dei tanti che facevano musica esclusivamente strumentale ma di altissimo valore come il jazz-rock del Perigeo o il progressive keyboard-oriented dei Trip (e l'elenco potrebbe continuare a lungo tanto è sterminato).
Esisteva quindi un ampio settore di musicisti che preferivano testi in cui le questioni politico-sociali erano l'eccezione e non la regola, che privilegiavano una ricerca, anche poetica, che andasse ben oltre le questioni di cuore-amore, che si sentivano, in sostanza, liberi di parlare di qualunque cosa e, soprattutto, di suonare qualunque genere purchè ci fosse un briciolo di innovazione in quello che veniva fatto.
E tutti costoro erano amatissimi dal pubblico più aperto, compresa la parte politicamente più estrema della gioventù italiana.
-) emarginati
Altra favola cosmica che la destra cerca di millantare a chi non c'era e a chi non ricorda. Rimaniamo su Branduardi. Uno come lui, così poco o nulla politicizzato, veniva tanto emarginato che non solo in quegli anni collaborò con Roberto Vecchioni (cantautore impegnato) o con il Banco del mutuo soccorso, ma, molto significativamente, quando si decise di fare un grande concerto in aiuto di Demetrio Stratos (poi, a causa della sua morte prematura, trasformatosi in un concerto in ricordo della sua straordinaria personalità) venne regolarmente invitato ed eseguì "Il funerale" senza nessunissimo problema. Demetrio Stratos e gli Area erano enormemente compromessi con il movimento extra-parlamentare di quegli anni eppure non solo invitarono Branduardi (segno evidente di comunanza artistica, altro che emarginazione) ma il pubblico non reagì malamente (come sarebbe probabilmente successo con, ad esempio, un Baglioni) segno di evidente sintonia ANCHE con quella parte di pubblico. E allora: di quale emarginazione stiamo parlando ?
-) intimisti
L'ultima chicca offerta dall'ignoto relatore è stata relativa agli anni '80, anni nei quali gli (ormai ex) cantautori impegnati avrebbero scoperto l'importanza di testi più intimisti e meno politicizzati. E qui siamo alla malafede pura perché chi conosce appena appena le discografie di gente come Guccini o De Gregori sa benissimo che se negli anni caldi scrissero canzoni quali "Incontro", "Canzone quasi d'amore", "Buonanotte fiorellino", "Il ragazzo", dove la politica era assente e le questioni interpersonali erano al centro della loro attenzione, molti anni dopo, quando non c'erano più le barricate e gli scontri di piazza, continueranno a scrivere brani dove si parlava di Silvia Baraldini, piazza Alimonda o ci si interrogava polemicamente sull'Italia berlusconiana ("Adelante! Adelante!", "Bambini venite parvulos"...).
La retorica di destra dimentica la complessità delle produzioni artistiche (che al loro interno contengono forme musicali e testuali diverse) e cerca di costringere in comode (e false) categorizzazioni carriere che, pur essendo caratterizzate da assoluta coerenza, non per questo risultano monolitiche.
-) conclusioni
Negli anni '70 c'è stato spazio per tutti, ognuno nei propri ambiti. Se la RAI non trasmetteva "Dio è morto" era parallelamente impensabile che Baglioni cantasse al Parco Lambro. Da qui però a vaneggiare di boicottaggi, emarginazioni e quant'altro ce ne vuole. Il problema (per la destra) è riuscire ad ammettere a se stessa non solo che gli artisti a lei vicini hanno prodotto (qualitativamente) ben poco, ma soprattutto che è stata SEMPRE in ritardo nel cogliere e lasciarsi affascinare da ciò che di innovativo e avanguardistico veniva e viene suonato nei palcoscenici del Bel Paese. Forse è ora che invece di riscrivere la storia in modo falso inizino a comprendere meglio il presente artistico (quello sociale l'hanno già compreso benissimo).
Chiudo ritornando a Branduardi: ribadito che trattasi di artista di razza, dalle specificità molto forti e dalla personalità incisiva credo di aver dimostrato con evidenza come in quegli anni non sia stato un alieno, non sia andato controcorrente, non sia stato emarginato ma, al contrario, sia stato perfettamente figlio del suo tempo, in sintonia e in contatto con i suoi colleghi, stimato e apprezzato dalle menti migliori della mia generazione così come dalla critica di mentalità più aperta.
E non dimentichiamo che "Alla fiera dell'est" riporta chiaramente in copertina la scritta "Premio della critica discografica italiana 1977".
C'è bisogno di aggiungere altro ?
Da qualche settimana sono reperibili nei negozi di dischi alcuni cofanetti, contenenti 5 o 6 cd, pubblicati (come si evince dal titolo della serie) dalla Universal. Nel bene come nel male hanno attirato la mia attenzione. Vediamo perché a partire dagli aspetti positivi.
Io capisco che le case discografiche, di fronte all'incedere maestoso del downloading selvaggio, cerchino di dare linfa vitale al mercato con iniziative come questa, ma secondo me cadono in un errore molto serio.
Rimanendo in casa Finardi va detto che questi 5 LP (i suoi primi come solista) sono dischi di assoluto spessore, tra i rarissimi esempi di genuino e ruspante rock in anni in cui il progressive la faceva da padrone.Tra le tante strategie incomprensibili delle case discografiche c'è n'è una recentemente sperimentata dalla Universal che trovo particolarmente fastidiosa.
Nel 2007 hanno pubblicato un nuovo disco di Battiato, "Il vuoto", nella classica confezione jewel box con libretto interno. Il disco esce e rimane (ancora oggi) a prezzo pieno (diciamo che lo si trova intorno ai 20 euro, poco più, poco meno), ma già qualche mese dopo, a tour ancora in corso, viene pubblicata una seconda edizione (in una confezione denominata slidepack) venduta ad un prezzo sensibilmente più basso (intorno ai 9 euro). La stessa identica operazione l'hanno realizzata in questi giorni con "Fleurs 2" la cui edizione slidepack è uscita a pochi mesi dalla pubblicazione del disco originale.
Questa confezione è caratterizzata dall'assenza del libretto
, da una sottile custodia rigida in plastica (le "slim cover" che molti di voi conosceranno) inserita a sua volta in una sovracopertina di cartoncino sulla quale sono stampate copertina e retrocopertina.
Credo che l'operazione rimandi a un fenomeno che nelle librerie è praticato da decenni. I libri infatti escono in diverse edizioni di diverso prezzo, e se quelle più costose hanno copertina cartonata, sovracopertina in carta plasticata, pagine interne di dimensioni più grandi realizzate con carta di buona qualità dove la stampa viene più pulita e più leggibile, quelle più economiche sono più piccole, stampate su carta di minor qualità e con copertina non rigida.
Sembrerebbero due modi simili di approcciare la vendita se non fosse che, ad una analisi appena più attenta, compare una contraddizione che salta subito all'occhio.
Nei libri le differenti caratteristiche dei volumi giustificano ampiamente la differenza di prezzo. Nella realizzazione di un libro le dimensioni, la qualità della carta e le caratteristiche della copertina contribuiscono sensibilmente a determinarne il prezzo, ed è quindi comprensibile che l'editore proponga due diversi prodotti, dalle diverse caratteristiche a parità di contenuto letterario, destinate a diverse tipologie di pubblico.
E il tutto non fa una piega.
In musica invece le cose stanno diversamente.
In musica l'ossatura del prodotto (e ciò che ne determina la gran parte del costo) è la realizzazione del disco (contratto con il musicista, spese per l'incisione del disco, per il missaggio, per la digitalizzazione, per la stampa...), il costo della confezione è, normalmente, assai marginale. E' il dischetto di plastica l'origine principale dei costi.
Credo sia evidente a tutti come in entrambe le due edizioni de "Il vuoto" di cui parlavo sopra il cd sia assolutamente lo stesso (stessa plastica, stessa registrazione, stesso tutto). Qui l'unica differenza che abbiamo è nella confezione ma (attenzione) tale differenza non può neanche minimamente giustificare una tale abissale differenza di prezzo (il 50% !).
Facendo i conti della serva credo che l'assenza del libretto e le altre differenze di confezionamento non possano incidere per più di un'euro, (a esagerare potremmo arrivare a un paio di euro...) e allora le cose sono due:
o l'edizione slidepack è venduta sottocosto (naaaaaaaaaaa.... magari ci guadagnano meno ma certo non ci rimettono) oppure l'edizione ufficiale è venduta a prezzi ARTIFICIOSAMENTE alti.
Certo, siamo in un libero mercato e ognuno fa i prezzi che vuole, ma onestà e trasparenza vorrebbero che ci fosse un equilibrio tra costi di produzione e prezzo di vendita. Qui invece si ha l'impressione che si pensi al cliente come ad un pollo da spennare piuttosto che una persona alla quale rendere un buon servizio. In buona sostanza gli si sussurra: "Se vuoi l'edizione fatta come Cristo comanda pagami una cifra irragionevole, se ti accontenti di una versione malfatta e monca paghi un prezzo corretto."
Credo non ci sia bisogno di fare ulteriori commenti tanto si qualificano da sé certi atteggiamenti, ma forse vale la pena sottolineare il fatto che spogliare i dischi proprio di ciò che che non può essere scaricato (la confezione) serva solo a diminuire ulteriormente la differenza tra ciò che si scarica e ciò che si compra rafforzando nei giovanotti smanettoni la convinzione che un disco sia SOLO la somma dei suoi file audio.
La classica zappa sui piedi.
Negli ultimi anni avevo messo un po' da parte questa autrice e musicista canadese dalle radici (non solo musicali) ben piantate nei territori anglo-celtici. Ero rimasto relativamente deluso dal suo "The book of secrets" (1997) e solo recentemente mi è tornata un po' di sana curiosità verso i suoi lavori. Sono così inciampato in questo "An ancient muse" (da Mel Bookstore a Roma, in via Nazionale, a meno di 9 euri) che ripropone in toto i pregi e i difetti del suo predecessore. Ma 10 anni non passano invano e, come spesso capita, mi sono ritrovato a non più condividere il concetto di difetto che io stesso avevo espresso a suo tempo.
Provo a spiegarmi meglio.
La McKennitt è musicista sopraffina, di lei amo molto lo stile con il quale ha riarrangiato vecchi brani della tradizione inglese e irlandese. Amo lo stile delle sue composizioni che, pur muovendosi nel solco delle tradizioni da lei amate, sviluppano e portano avanti un discorso che scorre da secoli. Amo il suo circondarsi di strumenti tradizionali appartenenti alle sue culture di riferimento mischiati senza problemi, e con rara intelligenza musicale, con strumenti di culture altre che portano i profumi di terre lontane e meno lontane. Amo la ricchezza dei suoi arrangiamenti, la sua squisita musicalità che spazia oltre le frontiere ed oltre il tempo. Amo lo spessore dei musicisti ai quali si accompagna, anch'essi provenienti da luoghi distanti e meno distanti, che spesso colpiscono per capacità tecniche e senso della musica.
Cosa non mi andava bene nei suoi lavori ? Preda dell'ansia nuovista tipica di noi occidentali faticavo ad accettare il fatto che la McKennitt, bene o male, si muovesse sempre sulle stesse coordinate musicali e non innovasse abbastanza le sue composizioni.
Non ho bene idea di cosa pretendessi da lei, ma resta il fatto che ascoltando un suo disco più che badare alle sue qualità intrinseche mi perdevo ad analizzare le differenze con i lavori precedenti e non trovandone abbastanza finivo per ridurre il mio giudizio (e soprattutto la mia percezione della sua musica) ad un superficiale "è sempre la solita minestra".
Ascoltando oggi invece questo lavoro mi si sono (finalmente) riaperti i padiglioni auricolari e invece di badare al tasso di innovazione mi sono goduto queste lunghe 9 composizioni alcune delle quali (pur muovendosi, come è giusto che sia, nel solco tracciato in questo ultimo quarto di secolo dalla McKennitt) sono pregevolissime e autentica goduria per orecchie pure.
Sia chiaro: in ogni suo disco si coglie chiaramente il tentativo di crescere, di ampliare i propri orizzonti, di portare avanti il proprio progetto (qui, ad esempio, si circonda, tra gli altri, di alcuni musicisti greci che donano alla sua musica sapori inediti) cercando di non ripetersi. Quello che bisogna assolutamente imparare a non confondere è la specifica cifra artistica di un autore con il banale ripetere sempre le stesse cose.
Libretto ricco, confezione elegante, tra i vari brani mi piace segnalarvi "The gates of Istanbul" speziatissima di umori mediorientali dove la lyra, gli oud, il bouzouki greco e quello celtico si rincorrono in una lenta danza infinita, "Caravanserai" e "Penelope's song" classicissime e morbide ballate tipicamente mckennittiane, "Kecharitomene" dove le tantissime percussioni si confrontano con gli hurdy gurdy e gli strumenti a corda in una sarabanda dal maestoso crescendo, la seducente e sinuosa "Beneath a phrygian sky" con le uillean pipes mirabilmente unite alla chitarra elettrica sotto un cielo disegnato da una sezione d'archi incantatori. Nota speciale per la conclusiva "Never-ending road (Amhran duit)" in cui le uillean pipes riescono ad essere incredibilmente evocative e toccano davvero il cuore (e non solo quello).
Questo è un gran bel disco.
Tutto il resto è (para)noia.
www.quinlanroad.com
p.s. Spero che il Mullah Nasrudin non se la prenda a male per questo post 
E siamo già arrivati all'ottavo volume di questa compilation/diario/minestrone relativa ai miei ascolti più recenti e compendio alle cose che scrivo su questo blog.
Il sottotitolo "Nostalgia" si spiega attraverso alcune semplici statistiche:
la raccolta contiene 20 brani dei quali 11 hanno (anche molto) più di 20 anni, 6 sono versioni recenti di brani che hanno (anche molto) più di 20 anni e solo 3 canzoni si possono veramente definire come recenti.
Pare evidente che la mia attenzione sia soprattutto per composizioni lontane nel tempo. Non so se questa cosa si possa sintetizzare con la parola nostalgia ma mi è sembrata l'espressione, pur nella sua sintesi, più adatta.
Uno degli effetti collaterali del mio guardare indietro è che diversi brani sono digitalizzati da vecchi vinili o, addirittura, recuperati da vecchissimi 78 giri, con relativa perdita di qualità audio non sempre degna del vostro stellare HI-FI 

Poiché ultimamente sono aumentati i miei "ascoltatori" ci tengo a puntualizzare che i brani contenuti in questa selezione sono, normalmente, brani che mi hanno colpito per la loro bellezza, ma va specificato che per entrare in queste raccolte spesso basta anche una sola nota o un singolo momento all'interno di un brano. L'importante è che, come ricordava Branduardi tanti anni fa, questa singola nota mi faccia accapponare la pelle.
Al solito chi vuole scaricarla da Emule (utilizzando necessariamente la rete Kad) non deve fare altro che chiedermelo (per i più affezionati anticipo che basta sostituire nel vecchio nome il 7 con l'8).
Tra le tante cose di cui NON sono esperto c'è la musica napoletana e i suoi interpreti. Mi affaccio perciò su figure quali Roberto Murolo con la consapevolezza di sapere poco o nulla della scena alla quale è appartenuto così come della sua storia personale.
Questo doppio CD, dalla copertina esageratamente ed inutilmente retorica, ha il pregio di essere assai economico (come sempre in casa Recording Arts) e di raccogliere una lunga serie di brani celeberrimi appartenenti alla recente tradizione partenopea. Anche i difetti sono i soliti, tipici dei prodotti di questa casa discografica, registrazioni non sempre di buon livello e libretti spartani (tra le altre cose in questa edizione manca qualunque informazioni sulle registrazioni dei brani, non sappiamo quando siano stati registrati, chi ci abbia suonato, ecc.).
Ma ciò che fa scintillare questo cofanetto e lo rende prezioso è, ovviamente, la voce di Murolo e le sue straordinarie capacità interpretative.
Lontanissimo da tutti quei moduli tenorili che hanno ridotto la canzone napoletana a divertissement per voci possenti, Murolo affronta brani con una così ricca storia dietro le loro spalle forte di una sensibilità fuori dal comune, una intonazione perfetta, una eleganza e una gentilezza da togliere il fiato.
Quindi tra questi solchi non aspettatevi di trovare un simil-Enrico Caruso ne, tantomeno, una vocalità dallo stile effervescente come quella di un Peppe Barra. In un'epoca nella quale le voci muscolate erano servite e riverite Murolo si rifiuta di urlare e schiamazzare e si affida a quella che è la dote più rara nei cantanti: la capacità di interpretare, la capacità di comunicare emozioni a chi ascolta invece di stupirlo con effetti speciali, la capacità di commuovere e di vivere in prima persona ciò che si canta, la capacità di valorizzare ogni singola nota che viene cantata.
Non credo di esagerare nel dire che ascoltando "Scalinatella" si viene travolti dalle pene d'amore del protagonista provando la sua stessa tristezza e il suo stesso sconforto, mentre "Lacreme napulitane" (canzone, purtroppo, tremendamente attuale) ci materializza fin dentro le viscere la durezza della vita dell'emigrante e il suo difficilissimo status psicologico.
Ma sono tantissimi i titoli (strafamosi) che Murolo rende meravigliosi ed è impossibile farne un elenco.
Peccato che tanta capacità non sia affiancata da un accompagnamento di pari valore. Perché se la semplicità di una solitaria chitarra evita di rubare la scena alla delicatissima voce di Murolo è anche vero che si poteva azzardare qualcosa in più e, soprattutto, la chitarra poteva essere affidata a musicisti più valenti.
Ma questi sono peccati veniali per l'opera di un artista il cui ruolo nella storia della canzone italiana non è stato ancora sufficientemente esaltato.
Puro velluto.
Credo che la soglia dei 5 euro sia quella verso la quale tendano i CD e oltre la quale è impensabile che vengano commercializzati (mi riferisco ai cd "singoli", il discorso cambia, e parecchio, per i cofanetti da 2,3,4... 10,... 20... ecc.).
In uno dei grandi store romani ho visto ieri (e qualcosina ho anche comprato) a 5 euri tonditondi alcuni lavori di artisti di assoluta eccellenza quali Japan, Syd Barrett, Massimo Volume, la solita Alice, Ramones, Simple Minds, Talk Talk, Marillion, David Sylvian, Sex Pistols, Banco del Mutuo Soccorso e molti altri.
E' una iniziativa della EMI e fossi in voi la coglierei al volo. O preferite sempre e comunque scaricare ?