[visioni sonore e incidenti acustici sul sentiero di AbulQasim]

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17/01/2010
Cofanettoni

Una delle più recenti e interessanti mode del marketing in ambito musicale è quella dei cofanettoni contenenti le opere omnie di artisti o corpose sezioni del loro catalogo. Evidentemente più adatta ad artisti defunti che a quelli viventi, questa moda  si segnala in ambito pop per interessanti cofanetti con "tutto" De Andrè o "tutto" Miles Davis.
Ma è nell'ambito della musica classica che stanno uscendo, a prezzi oggettivamente interessantissimi, prodotti di altissimo livello.
E' il caso di questo cofanetto della Decca/L'Oiseau lyre che ho comprato giusto ieri da FNAC.

mozart19Si intitola "Le sinfonie complete", contiene una settantino di opere di Wolfgang Amadeus Mozart (le 41 sinfonie ufficialmente numerate più un'altra trentina tra versioni alternative o sinfonie emerse DOPO l'iniziale numerazione e che oramai non potevano essere aggiunte nella serie pena la perdita di qualunque senso cronologico nella numerazione stessa). Ad eseguirle è un ensemble prestigioso quale la Academy of Ancient Music diretta da Christopher Hogwood.
Nel box vi sono 19 (diciannove) CD ed un bel libretto (tutto in italiano !!!!) di una trentina di pagine con i dati riguardanti il contenuto dei CD e note varie riguardanti Mozart, le sue sinfonie ed altro.
Le registrazioni, ovviamente, non sono recentissime e appartengono tutte sostanzialmente agli anni '80 quando però, giova dirlo, la qualità delle registrazioni, soprattutto in ambito classico, aveva raggiunto un ottimo livello.

Tutto questo ben di Dio lo si trova SOTTO i 40 euroni (io, grazie ai miei sconti di cliente aficionado ne ho spesi 36) e, francamente, di fronte a cifre di questo tipo c'è solo da togliersi il cappello e applaudire a scena aperta. Perchè una delle chiavi per la diffusione della buona musica e il recupero di quote di mercato per la vendita di cd sta proprio in un intelligente utilizzo degli enormi cataloghi che le case discografiche hanno nelle loro cantine.

Queste registrazioni si sono già ripagate tanti anni fa, ora i soli costi per la realizzazione dei dischi sono la parte grafica, la realizzazione del box e le spese (minime) per i materiali. E' pertanto possibilissimo mettere in vendita a questi prezzi ottima musica garantendosi un accettabile guadagno e (soprattutto) risvegliando il mercato e facendo tornare (o venire) la voglia di acquistare buona musica anche a chi normalmente pensa che "sia troppo costosa".

Se poi preferite comprarvi il disco di Alessandra Amoroso o l'ultimo live della Pausini, allora ve lo meritate Alberto Sordi... 

elucubrato da: abulqasim il 17/01/2010 09:47 | link | commenti
occasioni, classica

09/01/2010
MASSIMO ZAMBONI "L'inerme è l'imbattibile", 2008, il Manifesto

Tra le tante schegge della diaspora-CSI quella di Massimo Zamboni mi sembra, musicalmente, se non la più bella, probabilmente la più interessante. Abilmente e timidamente celatosi dietro compagni di viaggio più sfacciati, è solo dallo scioglimento del gruppo e dal conseguente inizio di una sua carriera solista che emergono con chiarezza le capacità di Zamboni e quello che fu il suo ruolo nei gruppi di cui ha fatto parte. E ciò che emerge è qualcosa ricco di intelligenza, umiltà, serietà e, naturalmente, buona musica.

zamboni2Questo ricco progetto (cd+dvd+libro a prezzo piuttosto contenuto) è il secondo capitolo (probabilmente non l'ultimo) dedicato all'approfondimento di una sorta di etica della sconfitta che sembra stargli molto a cuore.
Il dvd contiene (oltre a 2 brevi video sul making of del progetto) un documentario di una quarantina di minuti che mostra il ritorno di Zamboni a Mostar nel 2007 (lì, dieci anni prima, vi avevano suonato i CSI, poco prima del loro scioglimento, per due concerti: uno per ognuna delle parti in cui era crudamente divisa la città all'epoca).
Il libro contiene alcune riflessioni di Zamboni inerenti sia la questione dell'inermità sia la genesi e lo sviluppo di questo progetto così particolare.
Il cd, infine, contiene 10 canzoni molto affini ai CSI più riflessivi, prodotte con molto senso della misura dal sempre ottimo Saro Cosentino e con l'aiuto di pochi ma partecipi compagni di viaggio (tra gli altri Nada, Gigi Cavalli Cocchi, Luca Rossi e Marina Parente), canzoni arrangiate con sapienza, senza aggiungerci nulla di non necessario, limitandosi all'indispensabile ma senza ridursi ad un esagerato minimalismo.
La novità, e il punto debole del disco, è la scelta di Zamboni di cantare direttamente in prima persona gran parte dei brani. Se è comprensibile il bisogno di fare proprie queste composizioni che sempre più svelano il suo farsi autore (e più si è autori più è difficile affidare a terzi la responsabilità di cantare le proprie musiche e i propri testi, ne sa qualcosa Federico Fiumani coi suoi Diaframma...) è anche vero che le doti vocali del nostro sono tutt'altro che fenomenali, e qui e la si avvertono i limiti tecnici di questa scelta nonostante spesso si affidi a pacati toni molto vicini a Cristiano Godano dei Marlene Kuntz (che grande fucina di talenti è stato il Consorzio Produttori Indipendenti...).
zamboni1Ma per il resto questo è un piccolo grande disco, un disco che senza pretese e vanti cerca di dire qualcosa in una Italia dove si fa sempre più fatica a fare qualunque tipo di ragionamento (ormai siamo ridotti agli slogan di 15 secondi, qualunque forma di pensiero che vada oltre questi tempi è bandita dalla modernità e rifiutata dalla ggggente). Un disco che non da certezze ma pone questioni, pone dubbi. Un disco nel quale il suo autore ci si pone davanti con tutti i suoi limiti e le sue paure, le sue sconfitte e le sue cicatrici. Un disco in cui tutta la plastica che ha invaso un po' ovunque la musica popolare è semplicemente assente. Ma anche se non può passare su MTV questo è un disco di cui dovremmo avere bisogno.
Ottimi brani come "Quasi tutti" (classicamente CSI nel suo partire piano, quasi recitata, per poi aprirsi a improvvise folate di distorsioni e chitarre disturbate con coda melodica finale affidata alla voce roca di Nada), "Cranja" (dalle parti di "Linea gotica" con in più un beat sordo e ossessivo e il canto arabo di Nabil dei Radiodervish, ospite speciale, a ingentilirne l'atmosfera), "Quando se non ora" (ballata dai riflessi elettronici interpretata da Nada con l'efficacia di sempre, nella coda un recitato da brivido su chitarre elettriche in cerca di assolo), "L'ovvio diritto al nucleare di una vergine iraniana" (dai riflessi ambient e le dolci venature dub a sostenere i toni lunghissimi delle chitarre in un qualcosa che ricorda molto da vicino il quarto mondo di Jon Hassell), "Don't forget" (altra ballata, forse il potenziale singolo del disco, con (relative) durezze in stile "Tabula rasa elettrificata" in quello che è il pezzo più vicino alle atmosfere dei CSI, con tanto di controvoce femminile). Sono queste, forse, canzoni per vecchi, per gente che non vuole essere alla moda, che non pretende e non gli importa che chi canta sia uno/a strafigo/a, gente che ha imparato quanto complesso e inafferrabile sia questo grande mondo.

Senza clamori e lontano dai riflettori c'è chi produce cultura e, pur non sfornando un capolavoro epocale, da il suo contributo, il suo ottimo contributo, a salvare dall'estinzione quel terribile virus chiamato intelligenza (ovvero a remare contromano rispetto a quella idiozia conquistata a fatica che il buon Gaber aveva lucidamente fotografato parecchi anni addietro).

Timido, ma con buoni argomenti.

elucubrato da: abulqasim il 09/01/2010 08:59 | link | commenti (1)
album, cccp universe

06/01/2010
La terza ChiaraStella

Ormai è tradizione. Il primo concerto dell'anno è con L'Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna nella sua versione invernale (via il mandolino, dentro le zampogne). Serata sempre all'altezza (allietata dall'arrivo di Lorenzo, benvenuto tra noi !  e dalla notizia di un nuovo cd a nome della OPI) con Maria Pia De Vito a fare da special guest vocale e la sala Sinopoli pienissima ad allargarci il cuore .

Questa volta mi piace soffermarmi rapidamente su alcuni dei tanti componenti (altri più stabili, altri stagionali) dell'OPI, i cui membri sono in ogni caso TUTTI di altissimo spessore musicale.

Da Clara Graziano (organetto di assoluta sensibilità e agilità), alle voci irruente e veracemente popolari di Eleonora Bordonaro e Gianni Aversano, a due polistrumentisti che fanno a gara a (ben) suonare gli strumenti più strani (Erasmo Treglia e Raffaello Simeoni) quali il violino a tromba (non-so-come-definirlo-meglio), la ghironda, ciaramelle et similia di tutte le foggie, il salterio (o forse era un dulcimer a martello ?), conchiglie, ocarine e quant'altro. E poi lo splendido sorriso e la fluente chioma di Valentina Ferraiuolo,puntualissima e infaticabile alle tammorre e alle percussioni, Orlando Mascìa e il suo gruppo di impressionanti suonatori di launeddas, fino alla chitarra perfetta di Cristiano Califano sempre umilissimo al servizio dell'Orchestra. Infine due parole speciali per la new-entry Federica Santoro alla intrigantissima lira (strumento ponte con il medio-oriente, quanto ne abbiamo bisogno di questi suoni...) e Alessia Tondo con la sua voce che continua a emozionarmi in maniera profondissima e unica.
Citando Sparagna (ieri sera, ma oggi si replica alle 18) "E' questa l'Italia che ci piace, l'Italia delle zampogne".

L'Italia che resiste. 

elucubrato da: abulqasim il 06/01/2010 10:12 | link | commenti (4)
concerti, le radici ca tieni

24/12/2009
ELIO E LE STORIE TESE "Plafone", 2008, Hukapan

Elio e le storie tese sono uno dei progetti più sfuggenti e complessi che siano circolati in Italia da 20 anni a questa parte. Straordinariamente trasversali e multi-livello, capaci di cogliere apprezzamenti a Sanremo come sul palco del concertone del Primo maggio, possono vantare nei loro lavori collaborazioni con artisti di origine e caratteristiche diversissime (qualche nome ? Max Pezzali, i Chieftains, Claudio Baglioni, Gianni Morandi, Mike Francis, Pierangelo Bertoli, Demo Morselli, James Taylor, Edoardo Vianello, Stefano Bollani, Giorgio Bracardi, Mauro Pagani, Laura Pausini, Piero Pelù, il coro Le Mystère des Voix Bulgares, Giorgia, Vinnie Colaiuta, Lucio Dalla, Raffaella Carrà, Patrick Hernandez, Ricki Gianco, Alessandro Nidi, Enrico Ruggeri, Diego Abatantuono, i Tenores di Neoneli, Irene Grandi, Paola Cortellesi, Riccardo Fogli, Maurizio Crozza, e potrei continuare...), li potete trovare con Pippo Baudo o su MTV, in un film porno o in una pubblicità nazional-popolare senza soluzione di continuità (tutti questi esempi NON sono inventati).
Nessuno dei loro dischi ha venduto moltissimo e nessuno dei loro dischi si può definire un capolavoro. Danno sempre l'impressione di essere degli unbelievable cazzons (rubo la definizione a Sergio Messina/Radiogladio) e probabilmente lo sono. Testi tirati via, metriche insensate, rime baciate che neanche un mediocre liceale (il loro gusto per l'idiozia sbandierata ha dell'incredibile), politicamente scorretti e regolarmente sboccati. Musiche nelle quali sembrano divertirsi più a cambiare continuamente l'atmosfera piuttosto che a svilupparla, una sensazione di approssimatività e mancanza di rigore che dovrebbe innervosire chiunque.
E invece, nonostante tutto, spesso gli riescono canzoni che sono dei gioielli o, ancora più spesso, all'interno di canzoni piene di difetti si scorgono lampi di genio assoluto. E tutti li rispettano.
Perché poi l'impressione (che probabilmente è molto più di una impressione) è che dietro a tutto questo ci siano non solo dei ragazzi musicalmente dotatissimi, ma soprattutto delle intelligenze rare in questa Italia conformata, intelligenze libere, flessibili, elastiche, agili e scattanti.
Nella loro lunga carriera hanno volutamente incrociato i generi musicali più disparati dimostrando doti camaleontiche e spirito irriverente verso quei musicisti che dedicano una intera vita a suonare sempre le stesse cose (a volte sempre lo stesso brano...).

Questa canzone apre il loro (abbastanza) recente "Studentessi", ed è un brano che toglie il fiato due volte.

La prima per la lunghissima introduzione strumentale che (su una melodia assolutamente loro) si sviluppa in un arrangiamento e in una esecuzione mostruosamente nello stile dei Genesis periodo "A trick of the tail" e "Wind and wuthering". Per chi, come me, ha amato quelle sonorità ritrovarsele così perfettamente replicate è comunque un tuffo al cuore con mille pensieri confusi che attraversano la mente, una sensazione di pura bellezza e grande eleganza.

Al termine della sezione strumentale parte la voce magica di Antonella Ruggiero (ennesima special guest di una loro canzone) che ci regala il secondo tuffo al cuore. Con l'abilità che le si conosce si arrampica lungo una melodia impervia e spigolosa, con una agilità rara a sentirsi salta, scarta, si butta lungo discese ardite per poi impegnarsi nelle risalite. E ci lascia anche lei a bocca aperta.

Naturalmente era tutto troppo perfetto perché i nostri non ci mettessero le loro luride manacce aggiungendo alla musica un testo che parla di macchie di umidità sul soffitto e condòmini vendicativi, magari anche divertente ma certamente dissacrante per la musica perfetta che si ascolta. Inoltre, come di consueto per loro, la metrica del testo non combacia perfettamente con la musica e costringe gli interpreti (nel finale si aggiunge anche la voce di Elio nella parte del vicino del piano di sotto) a mille acrobazie per far stare le parole nei tempi giusti (ma anche questo aspetto degli Elii sembra voluto anche se potrebbe essere solo l'ennesima prova del loro non sprecarsi).

E sia chiaro che nella scelta dell'arrangiamento non c'è alcuna ironia verso i Genesis ma pare di cogliere un sentito omaggio ad un gruppo che (in teoria) dovrebbe essere agli antipodi dello zappismo sbandierato da sempre dai nostri.
In ogni caso questa canzone resta un gioiellino come raramente capita di ascoltare nelle recenti produzioni italiane.

(nonostante tutto) Una spanna sopra.

elucubrato da: abulqasim il 24/12/2009 12:28 | link | commenti (3)
canzoni, oltre il rock

17/11/2009
SOUNDSCAPES vol.9

Con leggero ritardo, sono passati 8 mesi dall'ultima raccolta, anche a causa di problemi con il mio PC (che speriamo di aver risolto, ma è sempre meglio incrociare le dita...), rieccomi qui a presentarvi la nuova indispensabile audio-appendice a questo blog. Come al solito troverete qui le canzoni che più mi hanno colpito dallo scorso marzo ad oggi, molte delle quali sono state argomento dei miei post più recenti.

compilation9ridIl titolo ("Lingue") in realtà poteva essere usato anche per molte delle precedenti uscite, qui vorrebbe segnalare l'utilizzo nelle varie canzoni di svariati idiomi. Nei 16 brani che compongono la raccolta troverete perciò liriche in italiano, spagnolo, arabo, francese e (udite ! udite !) inglese (lingua che negli ultimi tempi sembrava bandita dai miei ascolti). A queste lingue ufficiali poi si aggiunge anche qualche episodio che utilizza qualcuno dei tanti dialetti che arricchiscono l'Italia.

Chi fosse interessato (a suo rischio e pericolo) può trovarla cercandola su Emule (utilizzando necessariamente la rete Kad) e non deve fare altro che chiedermi le appropriate coordinate (per i più affezionati ricordo che basta sostituire nel vecchio nome l'8 con il 9).

elucubrato da: abulqasim il 17/11/2009 12:11 | link | commenti
consigli, dischi immaginari

10/11/2009
ALBERGO INTERGALATTICO SPAZIALE "Angeli di solitudine", 2009, Giallo records

Ci sono piccole etichette che, nonostante si vendano sempre meno dischi e nonostante le difficoltà dovute alla impossibilità di arrivare sugli scaffali delle principali catene di vendita dei CD (prima o poi ne parleremo), si ostinano a produrre operazioni di recupero archeologico di materiali musicali molto interessanti e qualitativamente notevoli seppure legati a nomi di non grandissimo richiamo. E' il caso di questo disco prodotto dalla italica Giallo records che assembla, come chiaramente dice il sottotitolo dell'album, provini inediti del periodo 1974-1996.

Albergo Intergalattico Spaziale è stato il progetto seminato, fertilizzato, innaffiato e amorevolmente curato da Mino De Martino (ex-Giganti e tante altre cose, ultimamente lo potete incontrare con Il compleanno di Mary) e Terra Di Benedetto (tra le altre cose una dei partecipanti al tour del Telaio Magnetico insieme a Battiato, Juri Camisasca, lo stesso Mino e altri coraggiosi). A dispetto del suo lungo corso l'AIS pubblicò un unico album ufficiale: era il 1978, nel disco avevano abbondante spazio tastiere e voce per tracce largamente improvvisate dall'atmosfera cosmico-apocalittica (non siamo distantissimi da "M.lle Le Gladiator" di Battiato), la Musicando lo ha opportunamente rieditato in CD qualche anno fa.
Rispetto all'opera prima questa raccolta di materiali vari si muove su lidi meno sperimentali puntando l'attenzione da un lato su una forma canzone relativamente tradizionale e dall'altro su un tentativo interessante di unire musica e poesia in maniera innovativa.
Le canzoni ("Luna di marzo", la breve "C'incontreremo" classicamente dimartiniana, "C'e uno strano fiore", "Lo scorpione", l'hit potenziale "Il tempo gira") sono molto interessanti per come uniscono aspetti tradizionali (la classica struttura strofa-ritornello, ritmi regolari, sonorità prossime al Battiato anni '80) con tutta una serie di particolarità/anomalie (innanzitutto la voce interessantissima e obliqua di Terra Di Benedetto, il vero cuore del progetto, e, a seguire, melodie sghembe che sembrano inciampare per poi rialzarsi e correrci incontro nobili come gazzelle unite a ritmiche robotiche che cozzano amabilmente contro più nobili strumenti acustici).

Per quello invece che riguarda le sezioni meno ortodosse c'è il tentativo di utilizzare testi molto interessanti (se non odiassi questa espressione li definirei poetici), a volte recitati, altre volte salmodiati, adagiandoli su musiche generalmente basate su elettronica e pianoforte estremamente libere e spesso assai lontane dalla forma canzone di cui sopra. Troviamo quindi: echi spacey, con qualche debito (addirittura) nei confronti di Jean-Michel Jarre, ("Marte", "Stella"), dissonanze e improvvisazioni ("Luce di stelle siamo oltre la morte", "Giglio di novembre"), quasi-spoken poetry vocoderizzata ("Movimenti senza eventi"), leggerezze psichedelico-acustiche ("Irradia trottole e specchi poesia", un po' di fricchettonaggine non guasta mai).

A volte i due generi si fondono in eccentriche non-canzoni (la semi-ballata con chitarra acustica circolare di "Esodo", le atmosfere sospese di "Angeli di solitudine") capaci di straniarci e lasciarci piacevolmente interdetti.

Puntuali ed essenziali le note ai vari brani contenute nel booklet (spartano ma con tutto il necessario), l'unica vera pecca del disco è la qualità audio che è (non inaspettatamente) MOLTO scarsa con i nastri che dimostrano tutta la loro precarietà. Ma quello che si ascolta è comunque così interessante che davvero valeva la pena pubblicare questi brani.
Complimenti anche al duo che è stato capace di assemblare brani provenienti da epoche assai diverse in maniera da legare il tutto in un ascolto che suona abbastanza coerente e riesce a dare, attraverso le varie tracce dell'album, l'impressione di un legame e di uno sviluppo vero e proprio.

Tra i tanti ospiti che collaborano ai vari brani del disco impossibile non segnalare Franco Battiato e Giusto Pio che compaiono in alcuni tra i brani più leggeri del disco. La loro presenza si nota soprattutto nella splendida "Il tempo gira" che sorpassa a sinistra un capolavoro come "Popstar" osando lì dove la Colli non avrebbe mai potuto osare. Datata 1977 integra (e rafforza) quello che scrissi (altrove) un po' di anni fa sul rapporto tra Battiato e la canzone nel periodo 1975-1978 (chi mi conosce lo sa, magari prima o poi lo riepilogheremo anche su questi lidi).

17 tracce per 50 minuti sinceramente consigliati.

elucubrato da: abulqasim il 10/11/2009 16:58 | link | commenti
album, largoallavanguardia, universo battiato

30/10/2009
Modus operandi

Negli ultimi 12 mesi ho comprato una decina di dischi che mi incuriosivano molto e sui quali, contemporaneamente, avevo forti dubbi (ed ero quindi timoroso a comprarli temendo di rimanerne insoddisfatto). Li ho perciò scaricati da Emule, li ho ascoltati con calma ed attenzione, li ho trovati molto belli ed interessanti e nelle settimane seguenti li ho comperati (è stato il caso del disco di Meg di cui ho appena parlato, de "La valle dei saraceni" dei Tendachent, dell'unico lavoro degli El Muniria, del disco degli Uochi Tochi che trovate recensito in un post precedente, di un recente lavoro della PFM, di "Terra in bocca" dei Giganti, e così via).
Altri lavori (analogamente scaricati ed ascoltati) li avrei comprati (e li comprerei) volentieri ma sono decisamente fuori catalogo o di complicata acquisizione e, per ora, sono in uno strano limbo (parafrasando Alan Sorrenti si potrebbe cantare "Vorrei comprarvi ma non so come trovarvi"...): è il caso dell'ultimo lavoro solista di Karl Bartos, di svariati cd di William Basinski, del live-reunion de La Ciapa Rusa, dei lavori più recenti di Wim Mertens, del bellissimo "Sangam" di Michael Nyman, di qualcosa del gruppo neo-progressivo La Maschera di cera, ecc.
Altri di questi dischi scaricati dalla rete per poterli assaggiare mi hanno invece deluso e dopo averli analizzati con cura ho deciso di abbandonarli al loro destino spostandoli nel famigerato Cestino del mio PC e nel mio dimenticatoio personale (tra questi molti lavori dei Pan Sonic, altre cose di Michael Nyman, alcuni lavori di difficile reperibilità, e di dubbia qualità, di Jean-Michel Jarre, tutto ciò che ho ascoltato di Fennesz, alcuni dischi dei Giardini di Mirò, ecc.)

Naturalmente in parallelo a queste attività di scarico/ascolto/eventuale acquisto continuo a comprare i dischi che mi interessano, e sui quali non nutro alcun dubbio sulla qualità del contenuto, senza neanche preoccuparmi di ascoltarli preventivamente (se non l'avete capito sono un heavy buyer di cd). Ma, e ci tengo a sottolinearlo, se non avessi avuto modo di pre-ascoltare degnamente questi dischi io probabilmente NON li avrei mai comprati.

Io trovo che questo mio modus operandi, questo mio modo di usare il peer-to-peer, questo mio modo di curiosare nel mare magnum dei prodotti discografici sia non solo corretto ed estremamente produttivo (egoisticamente parlando), ma sia anche vantaggioso per tutti coloro che producono dischi.
pirataEppure per le multinazionali della musica io non sono un ottimo cliente (uno dei loro migliori, ad essere precisi), al contrario sono considerato un pirata criminale da inseguire, acchiappare, bastonare, multare e rieducare.

Siamo sicuri che la condivisione di file musicali sui vari network esistenti sia il male assoluto ?
Non sarà un (clamoroso) falso bersaglio, che, quand'anche dovessero raggiungerlo, si potrebbe rivelare (al massimo) un sintomo del male e non IL male ?

Quale danno economico ho REALMENTE procurato alle case discografiche ? Quali mitici (e mitologici) diritti d'autore ho violato/evaso/rubato ?

Sono un pirata od un signore ?

AGGIORNAMENTO 17.11.2009

Secondo questo articolo pubblicato dal Corriere della Sera uno studio di una società inglese dimostrerebbe che "chi scarica musica online illegalmente tende anche a comprare più musica legale", costoro "spendono fino a 85 euro al mese per acquistare musica: ben 36 euro in più rispetto a chi non scarica illecitamente".
Questi risultati collimano con la mia esperienza e mi farebbe piacere sapere cosa ne pensano di questi numeri le case discografiche che spesso sparano cifre incredibili riguardo i danni economici che gli procurerebbero i pirati della musica .

elucubrato da: abulqasim il 30/10/2009 12:17 | link | commenti (4)
sfoghi

22/10/2009
MEG "Meg", 2004, BMG

Seguo Meg dal suo esordio all'interno dei 99 Posse (nella seconda metà degli anni '90) e subito mi sorprese la personalità con la quale si inserì all'interno del gruppo: nonostante la bravura, il carisma e l'imponenza di Luca O'Zulù, fin dall'inizio Meg fu molto più che una seconda voce (o una corista), subito si impose come il suo alter ego sul palco e nei dischi a pari livello e pari intensità.
Questo suo esordio solista l'avevo piuttosto sottovalutato, vuoi per il singolo (bello ma non certo il brano più riuscito del disco) vuoi per le critiche non straordinarie. L'ho riscoperto solo oggi e l'ho trovato un lavoro bellissimo.

megmeg
Meg canta con il suo personalissimo stile (quelle sillabe scandite con precisione una ad una a sottolineare il ritmo del canto...) e alla sua voce sono affidate le melodie dei vari brani (quasi tutti scritti da Meg stessa), ad accompagnarla archi e fiati (a loro è affidata, quando serve, l'armonia), glitcherie elettroniche (a decorare il tutto con curatissimi arabeschi) e percussioni a costruire e spezzare i ritmi. Vesti essenziali per canzoni che dal lato compositivo sono di tutto rispetto (melodie affascinanti e testi che ben mescolano aspetti onirici con aspetti autobiografici).
Il grande difetto di questo disco (se di difetto si può parlare) è qualche bjorkismo di troppo (a cominciare persino dalla copertina), ma è una critica abbastanza facile da smontare. Innanzitutto non è certo colpa di Meg se Bjork è stata una delle artiste più seminali emerse negli anni '90, capace di indicare inedite strade alla musica pop e alla vocalità femminile, e il fatto che Meg assuma (anche) Bjork (soprattutto la Bjork dalle parti di "Vespertine") come riferimento nulla toglie alla qualità delle singole canzoni e delle sue performance, anche perché qui non si copia nulla ma, come sempre succede di fronte a certi grandi della musica, semplicemente entrano a far parte del bagaglio culturale di molti (e anche di Meg) un insieme di tecniche e modus operandi e, inevitabilmente, accade che i semi gettati tra i vulcani dell'estremo nord germoglino un po' ovunque e diano frutti saporiti anche sotto il meridionalissimo Vesuvio. Rispetto all'artista islandese Meg mette nel calderone (forse anche inconsapevolmente) l'amore tutto italiano per la grande canzone melodica che dona ai pezzi una vena umana e un calore che non sempre gli artisti del nord-Europa sanno esprimere.
Forse chi si aspettava testi più barricaderi può essere rimasto deluso dalla mancanza di anthem protestatari o denunce contro il potere, a me invece fa piacere trovare una artista capace di raccontare il proprio mondo interiore in un interessante (e acuto) dialogo col mondo esterno in maniera tale da svelarci contemporaneamente qualcosa di sé e qualcosa di noi.

Tra i momenti più alti del disco segnalo gli ottoni iper-energetici della seconda parte di "Puzzle" (come unire una big-band entusiasta all'elettronica più delicata), le sofferte melodie di "Parole alate" e "Audioricordi" (splendide interpretazioni, note preziose, elettroniche puntuali e originali, archi intensi, vibrazioni dritte al cuore), "Elementa" (ancora archi deliziosi a supportare voce ed elettroniche, testo interessantissimo nel suo raccontarsi/raccontarci la nostra inaudita complessità), "Olio su tela" messa in apertura del CD a mettere subito in chiaro lo spessore e le altitudini del disco con le sue ritmiche a spezzare, gli archi a ricucire, le tastiere a tessere ricami, le parole a dimostrare come si possa parlare di questioni socialmente rilevanti senza necessariamente fare ricorso all'invettiva esplicita, e, ultima non ultima, la sua voce ad accompagnarci con energia, decisione e dolcezza.
Qualche perplessità invece per le distorsioni e le velocità di "Sopravvivi" (si poteva osare qualcosina di più anche perchè il testo, essenziale e mirato, se lo meritava e l'arrangiamento subsonico prometteva molto), probabilmente questo è uno di quei brani che dal vivo, con volumi adeguati e l'inevitabile sporcizia, trovano la loro migliore consacrazione.
Sono due le canzoni che si distaccano dal mood generale: "Senza paura", brillante remake di una cover
a suo tempo interpretata da Ornella Vanoni e firmata Toquinho, Vinicius De Moraes e Sergio Bardotti , dove una ampia pattuglia degli Elii la affianca (senza mai rubargli la scena, grandi ANCHE in questo) in una festa carioca che apre nuovi orizzonti alle capacità espressive della stessa Meg, e "Invisible ink" dove invece ci si sposta su atmosfere da jazz-song fumosa, si parla inglese e, a mio parere, si paga pegno ad un certo provincialismo culturale che attraversa la musica pop e la porta spesso a cercare legittimazione attraverso il contatto con generi ritenuti (non so quanto a ragione) più nobili, ma il brano è comunque dignitoso e piacevole (e Meg è sempre brava anche in questa veste).

Ben fatto.

http://m-e-g.it

elucubrato da: abulqasim il 22/10/2009 10:45 | link | commenti
album, glitcherie, hip-hop reggae ska italiano

02/10/2009
ENZO JANNACCI "I grandi successi", 2008, Rhino

Torno a parlarvi di Jannacci (nonostante avessi già affrontato questo artista in un lunghissimo post) perché nel frattempo ho comprato questa raccolta che ho trovato molto molto bella, troppo per non dedicargli qualche riga.

24 canzoni che focalizzano l'attenzione sul primissimo Jannacci. Tutti i brani sono presi da 3 suoi lavori usciti consecutivamente tra il 1964 e il 1966 ("La Milano di Enzo Jannacci", "Enzo Jannacci in teatro", uno dei primi dischi registrati dal vivo pubblicati in Italia, e "Sei minuti all'alba") o da singoli appartenenti allo stesso periodo. In quegli anni Jannacci non aveva ancora raggiunto il grande successo di vendite di "Vengo anch'io. No tu no" e, in generale, questo è forse il suo periodo meno conosciuto e meno apprezzato e invece in questa antologia si possono ascoltare una serie di (spesso belle) canzoni che sorprendono per la grandissima libertà negli arrangiamenti e nelle interpretazioni così come per la varietà dei registri utilizzati. Forse proprio per l'incoscienza tipica della giovane età Jannacci veste ogni canzone con ritmi e atmosfere originalissime (il flamenco-rock schizzatissimo de "L'appassionata", il sud-america di cartapesta evocato da "Aveva un taxi nero") e con la sua vocalità lontana da qualunque forma di imbrigliatura e di buona abitudine. Siamo a svariati anni luce dalla prossimità con l'elegante canzone jazz che suo figlio Paolo (suo arrangiatore attuale) cercherà con determinazione negli ultimi lustri, anzi qui l'eleganza è bandita e tenuta lontana in cambio di una espressività sincera e istintiva magari poco adatta per certi salotti raffinati ed intellettuali, ma c'è più intelligenza e analisi socio-politica qui che in tanti dischi di alcuni seriosissimi cantautori (cosiddetti) impegnati.

In una felice alternanza si susseguono canzoni ironiche e divertenti (sempre prive di qualunque forma di umorismo qualunquista) con brani drammatici che raccontano intense sofferenze e dolore (spesso con il fantasma della seconda guerra mondiale a fare da sfondo, evidentemente 20 anni non erano ancora un lasso di tempo sufficiente per averla esorcizzata e infilata nel baule dei ricordi).

Le canzoni più famose qui presenti ("Faceva il palo", "El portava i scarp del tennis", "L'Armando") lo sono in versioni primigenie, molto più grezze di quelle che le hanno rese celebri, ma, a voler fare il confronto, risultano molto più fresche e dirette (e convincenti) anche per l'interpretazione molto sopra le righe che ne viene fatta. In molti casi qualcuno potrebbe parlare di stilemi cabarettistici, e avrebbe ragione, ma deve essere chiaro che certe forme espressive servono a Jannacci per accrescere la forza di ciò che si racconta e non semplicemente per strappare qualche risata a buon mercato. C'è la pretesa di raccontare storie spingendo sul pedale delle emozioni senza vergognarsi di fronte ad una lacrima o ad una risata.
L'uso insistito del dialetto (ai giorni nostri è stato sdoganato ed è considerato abbastanza normale utilizzarlo nella musica pop, ma in quegli anni, lo si abbinava esclusivamente alle canzoni folk), deve aver lasciato interdetti molti degli ascoltatori (e dei critici paludati) ancora non avvezzi a questa scelta utilissima per aumentare l'intensità del racconto e l'immedesimazione di Jannacci nei personaggi ai quali da vita.

Le storie raccontate disegnano la consueta umanità jannacciana fatta di sfigati, vittime del potere in ogni sua forma, spesso troppo fragili per poter tentare qualche forma di resistenza (e quando ci provano gli si ritorce regolarmente contro) ma sempre caratterizzati da una intensa dignità e una altrettanto intensa autoironia. Incontriamo personaggi tridimensionali (pur nel ristretto spazio di una canzone) quali l'operaio pendolare che "Prendeva il treno" per amore e dall'amore è stato rovinato, il ladro principiante de "Il primo furto non si scorda mai" (raffinatissima presa in giro della retorica fascista), l'innamorato malricambiato di "La luna è una lampadina", il condannato a morte di "Sei minuti all'alba" che cerca di non dispiacere il suo boia, i fratelli/coltelli di "Aveva un taxi nero" che praticano spietatamente l'arte di arrangiarsi (peraltro senza riuscirci), fino alla sublime anti-retorica militarista di "E l'era tardi" (in questa Italia che ama "stringersi intorno ai suoi eroi", dove se muori e non hai la divisa non conti niente, qualcuno avrebbe il coraggio di scrivere una canzone tanto esplicita, e vera, sull'essere commilitoni ?).

jannaccirDi buono questa raccolta ha la qualità delle canzoni e il costo relativamente modesto (sotto i 10 euro). Di negativo il libretto davvero troppo sintetico, l'inutile divisione in due cd (in tutto ci sono meno di 80 minuti di musica, ne avevamo già parlato in quest'altro post) e soprattutto la sensazione di una grande occasione perduta: avrebbero potuto pubblicare (in 2 cd) tutti e 3 i dischi originali integralmente e se ci avessero aggiunto un booklet dignitoso avremmo avuto come risultato un prodotto da leccarsi i baffi e che avrebbe veramente reso onore allo spessore artistico di Enzo Jannacci, ma si sa, non sono cose che si possano pretendere da chi ha fatto del repackaging l'unica sua ragione di vita.

elucubrato da: abulqasim il 02/10/2009 13:59 | link | commenti (3)
album, cantautorame

23/09/2009
GARANZIE (prima parte: cd col buco)

Le case discografiche sono bravissime a lamentarsi, a piangere miseria, a chiedere soldi ovunque e comunque, a scatenare i loro avvocatoni contro utenti colpevoli di aver scaricato chissà quanti mp3.
Sono un po' meno brave nell'avere un corretto rapporto con i loro clienti, con coloro che comprano i loro dischi.

Se compriamo un CD e all'ascolto si dimostra difettoso c'è l'usanza di riportarlo dove lo si è comprato per sostituirlo con altro disco analogo. Alcuni negozi fanno più storie, altri meno, quasi sempre pretendono (giustamente) lo scontrino, ma, in linea di massima, non è un problema sostituire il prodotto difettoso con un'altra copia questa volta (si spera) ben fatta.

Ma se il problema si presenta non subito ma più avanti nei mesi o negli anni, se il cd si degrada e diventa inascoltabile (o parzialmente inascoltabile) cosa possiamo fare ? Esiste una qualche forma di garanzia riguardo questo tipo di prodotti ? E quanto dura ?

Io onestamente non lo so.

Se vi divertite a leggere ciò che è scritto sopra un CD o nel libretto allegato scoprirete un sacco di avvertenze (scritte piccole piccole) dove si ricorda che è vietato questo, è vietato quello ed è vietato pure quell'altro, ma, singolarmente, non troverete mai una riga con su scritto: "in caso di prodotto difettoso rivolgetevi a..." oppure "questo prodotto è garantito per X anni".
Proprio non si pongono il problema.

E invece i CD ogni tanto si ammalano.
A causa di difetti nella realizzazione possono, nel tempo e senza particolari responsabilità del proprietario, perdere in tutto o in parte il loro contenuto musicale.

Un caso di questo tipo, abbastanza raro, è quello del cd col buco.

Alla fine degli anni '80 comprai la versione digitale di "Alla fiera dell'est" di Branduardi. Lasciando perdere le questioni sulla qualità della digitalizzazione diciamo che inizialmente il dischetto non dava particolari problemi. Dopo qualche tempo notai che sulla zona argentata qualcosa non andava, c'era, ben visibile, un punto in cui mancava (appunto) l'argentatura, ma la cosa che mi colpì fu che guardando in controluce attraverso questo buco potevo vedere distintamente (e con raccapriccio) ciò che c'èra oltre il CD.

allafieraO_100(potete intravedere il buco all'interno del cerchio azzurro)

Chiunque ha anche solo una vaga idea di come funzioni la lettura di un CD tramite laser si renderà conto che in quel punto era scomparsa qualunque informazione e che quel CD non poteva far altro che saltare o incantarsi.
Nei mesi seguenti il buco si è pian piano allargato fino a stabilizzarsi alle attuali dimensioni (spero che la foto seguente renda bene l'idea) e a rendere problematico l'ascolto delle ultime due tracce.

allafierapart
Credo sia inutile sottolinearvi la cura maniacale che uso nel trattare questi oggetti. Facendo parte della generazione che è cresciuta con il vinile ho fatto miei tutta una serie di comportamenti (prendere l'oggetto sul bordo esterno, evitare di toccare con i polpastrelli la superficie, riporlo sempre nella custodia, evitare con attenzione qualunque graffio, conservarlo in un luogo non esposto alla polvere e al sole, ecc.) che applico indifferentemente sia ai vecchi dischi analogici sia agli (ormai non più) nuovi dischetti digitali.
Recentemente ho comprato il cofanetto della serie "The Universal music collection" dedicato a Branduardi e ho risolto il problema ricomprando (ad un prezzo oggettivamente basso) lo stesso disco in una versione povera graficamente ma di migliore qualità audio (persino blandamente rimasterizzata).
Ma la domanda resta: perché le case discografiche non si attrezzano per dare la possibilità al cliente di restituire il prodotto difettoso e fargli così avere una copia funzionante (e tante scuse) ?
Perché si permettono di glissare su una questione, l'assistenza al cliente, che molti produttori di altri oggetti ritengono invece, e giustamente, centrale ?
Perché non prevedono un iter semplice ed efficace per fare in modo che i LORO errori vengano sanati e il cliente possa essere soddisfatto ?

Torneremo su questa questione, nel frattempo invito tutti voi che avete cd (specialmente quelli acquistati dalla fine degli anni '80 alla metà dei '90) ad osservarli in controluce: in qualche caso potreste notare molti micro-fori (assai più piccoli di quello che vi ho mostrato io, per vostra fortuna) dai quali la luce passa senza problemi e dai quali ogni informazione è oramai scomparsa.

elucubrato da: abulqasim il 23/09/2009 15:22 | link | commenti (2)
sfoghi